Sssst!... Che resti tra noi


Il libro coinvolge già dalla copertina: un volto angelico e inquietante, nel contempo, di una bimba che ti invita a un “resti tra noi” col suo ditino posto sulle labbra in segno di tacere (il nemico ti scolta); e si vorrebbe tacere davvero su questo racconto intimo di una bambina cresciuta suo malgrado per affrontare la vita col suo pesante bagaglio esistenziale. Un invito che travalica la finzione letteraria e ti costringe a sederti al posto del dottor Baum per ascoltare in silenzio il suo flusso di coscienza. Non sto scomodando per piaggeria Joyce, ma mi piace ricordarlo per la sua stupenda lezione sull’autocoscienza; una tecnica letteraria estremizzata nel suo capolavoro, l’Ulisse, della quale pare si sia persa la traccia negli scrittori di successo di questi ultimi anni. Nadia Bertolani se ne avvale con un tono più soft, più discreto, intendo; quasi a non voler ‘disturbare’ il limite del lettore occasionale, di quelli che non perdono un Volo, per esempio. Lo fa con una volontaria leggerezza di penna – un naif evoluto – laddove affiorano i ricordi infantili, mentre diventa più articolata e, giustamente, cerebrale nel narrato delle sua maturata età di signora nevrotica; dove, quest’ultimo etimo (ah, l’etimo!), è da considerarsi nell’uso meno patologico del termine: di chi si dimostra ansioso, fragile di nervi; ma con una grande capacità di autoironia, o autolesionismo mi verrebbe da dire. Una stupenda commistione tra realtà sognata, quella vissuta e quella scritta da una donna realizzata a metà; l’altra parte vive nei sogni (deliri) con un sonnambulismo costante risvegliato solo da un marito avvezzo a raccontare favole alle bambine, come un padre(?) seduto ai piedi del letto. Di fronte, questa volta. E, se è di fronte, lo si può solo ammirare per la sua capacità dialettica; non certo immaginare un rapporto fisico, altrimenti noto come transfert.

Questo, per la gran parte del libro. Poi bisogna farsi da parte e cedere di nuovo la seggiola al dottor Baum, perché è evidente che la nostra capacità di leggere si limita ai segni neri sul foglio (patto finzionale, per dirla con Umberto Eco) mentre quella dell’inconscio spetta a lui, il dottor Albero, che sentenzia: amnesia lacunare. E noi a correre su Wikipedia per accertarci dell’esistenza di una simile patologia, in parte perché sospettiamo che sia ancora una finzione della Fiammetta/Mariotta, in altra per accertarci che sia vera e poterla applicare anche a una nostra personale debolezza della funzione mnesica. Anche se Fiammetta ci aveva già parzialmente rassicurati: “… Il tempo si arrotola, si confonde, il prima e il dopo si danno la mano e si scambiano i ruoli. Forse nel mondo esiste una lingua che non ha tempi verbali, forse da qualche parte ci sono popoli che non hanno bisogno di fare chiarezza…”

Non c’è dubbio che questo racconto possa essere colto appieno solo da una generazione. Quella successiva, però, può certamente restare incantata da un fluire magico di parole appropriate, mai pedagogiche. Un eloquio discretamente referenziale, tipico di una generazione smarritasi poco prima del grande avvento: l’immaginazione al potere; non più autorizzata a indottrinare qualcuno, comunque. (Enzo Pagano)

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