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Quei calzini bianchi, troppo corti, diventarono il punto focale della sua attesa. Li avrebbe voluti più lunghi e di colore scuro; nero, magari. Non sollevava la testa per scrutare il vuoto davanti a lei, si limitava a rivolgere le palpebre verso l’alto tenendo la testa chinata: un doloroso sguardo per le pupille, penoso per l’assenza di qualcuno che avrebbe dovuto esserci e non c’era. Il bidello continuava a tranquillizzarla urlandole dal gabbiotto: “Stai tranquilla, qualcuno verrà”. Sì, qualcuno sarebbe pur venuto, ma non era la sua migliore aspettativa. Sarebbe bastato correre verso quello spazio deserto, avrebbe corso tanto da non farsi più ritrovare. Era quello che più desiderava. Niente di più godibile della pena che avrebbe inflitto a chi non l’avrebbe trovata lì dove doveva essere: la vacca puttana e lo stronzo cornuto, così come si chiamavano urlandosi a vicenda. Lì, sotto il tavolo, non giungevano più i loro nomi propri; restava con le mani premute sulle orecchie, un fastidioso quanto inutile rimedio: i suoni rauchi di lui e quelli stridenti di lei oltrepassavano l’inconsistente spessore dei suoi palmi. La testa le si riempiva di parole angoscianti, che nulla sarebbe stato più come prima. Che tutto avrebbe avuto fine col clamore di una porta sbattuta per sempre. E sempre si ripeteva con questo coupe de theàtre, talmente poco credibile che aveva smesso di credere che ciò potesse accadere davvero. Così come sarebbe accaduto quando sarebbe stata lei a uscirsene di scena in punta di piedi, senza clamore, socchiudendo la porta per raggiungere quella parte di mondo che le era piaciuto sentire: “De finibus terrae”, come lo aveva descritto la sua maestra, puntando la lunga bacchetta sulla grande carta geografica dello stivale. Era lì che finiva il mondo, ed era quel posto che scelse come regalo al compimento del suo diciottesimo anno. Gli amici le regalarono il solo biglietto di andata, non pretese quello di ritorno.