La casa sul pizzo

La continua litigiosità dei genitori, inducono una bambina settentrionale a desiderare di fuggire il più lontano possibile dalla sua casa. L’affascina, durante una lezione di geografia, il termine “Definibus terrae” che è la definizione del punto estremo della penisola salentina. È lì che decide di andare come regalo dei suoi diciott’anni. Durante il suo itinerario pugliese si imbatte in una costruzione rurale bianca, non diversa dalle altre intorno, posta in cima a un monticello. La incuriosisce la stranezza della collocazione, si inerpica per vederla da vicino. Qui incontra il proprietario che vive la condizione di separato in casa con la moglie lesbica. La ragazza, lei stessa bisessuale, decide di restare. La convivenza dei tre è perfetta, dal momento che il ménage può essere condotto con riservatezza data la posizione fisica di quell’abitazione, definita da i paesani: la casa sul pizzo. Il concepimento di un figlio è il completamento dell’armonia di quella inconsueta famiglia, non senza le difficoltà sociali che questo comporta, dal momento che a generarlo sono l’uomo e la ragazza con la tacita consapevolezza della moglie. L’escogitare un espediente per far risultare il nascituro figlio della coppia “regolare” è la trama portante del racconto, unitamente a una riflessione più generale sulla diversità.


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