Riflessioni su...

(tratte dal mio libro "Racconto brevemente e spiego alcune cose")

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Theo Angelopoulos

Lento, piano, pianissimo

“Quanto dura un domani”?

“Un’eternità e un giorno”.

Theo Angelopoulos è morto, investito da una motocicletta, mentre girava il suo ultimo film.

Il piano-sequenza è la tecnica che in cinematografia identifica una ripresa unica senza soluzione di continuità. In pratica, senza stacchi di montaggio: tutto avviene di fronte alla cinepresa che, compiendo carrellate o panoramiche dall’alto con l’uso del dolly, riprende la scena che gli attori eseguono come se fossero su un palcoscenico di teatro.

Theo Angelopoulos ha usato questa tecnica per realizzare dei capolavori, giustamente premiati.

Là dove questo tipo di ripresa è stato per molti registi un semplice esercizio formale, Angelopoulos è riuscito a utilizzarlo caricandolo di una valenza poetica e, nello stesso tempo, di uno straniamento tipico del teatro epico. Come se il regista non ci fosse e, quindi, nemmeno la cinepresa e il cast stesso: si assiste a qualcosa che accade davvero davanti ai nostri occhi, senza la mediazione della troupe. Resta pur sempre una finzione scenica, ma come se non lo fosse. Un paradosso che il neorealismo riuscì efficacemente a realizzare, stupendo molto gli americani, meno gli italiani. Rossellini, Visconti, De Sica e gli altri crearono film che proponevano la cruda realtà del tempo rifacendosi, in qualche modo, a un paradigma letterario che fu il verismo, ma con una connotazione di denuncia sociale. Lo spettatore italiano si riconosceva, lo viveva come un “già visto” e, in qualche modo, lo imbarazzava, preferendo le favole della cinematografia americana, mentre gli americani scoprivano il contrario. (...) 

Giorgio de Chirico

La metafisica 

 

Nelle piazze le ombre si allungavano alla luce del crepuscolo, come si allungano le ombre a quell’ora, nell’autunno inoltrato. La statua bianca di una venere non era stata mai rimossa, nessuna delibera comunale vi aveva mai provveduto. Soltanto un treno nero, lento, fumante si scorgeva all’orizzonte a indicare che qualcosa si muoveva. Doveva pur muoversi qualcosa. Molto spesso era già passato.

Si cerca sempre un altrove.

Non si trova mai l’altrove.

I giocattoli abbandonati sulle assi del palcoscenico Estense, ai piedi delle muse, inquietavano non poco: scomparsa ogni traccia dell’irrefrenabile movimento infantile, restava soltanto l’immobilità marmorea delle ispiratrici del gioco, le improbabili ciminiere spente, un castello vuoto e le solite ombre accecanti.

Le muse restavano inquiete.

Io restavo inquieto.

Al Caffè di Via dei Condotti un uomo bianco, lunare, sorseggiava il suo Bitter. Un solo Bitter, ogni giorno; il tempo di assentarsi dallo studio non prima di aver posto la firma con la mano destra al suo ultimo falso, e incassato, con la mano sinistra, il dovuto. L’Antico Caffè Greco non era frequentato da petulanti Francesi incazzati, gente poco disposta a voler comprendere un levantino nei modi e nell’agire. Gente più quadrata, propensa a studiare la geometria dell’essere, più che collocarla in uno spazio onirico, falso per definizione.

Una delusione sconcerta.

É sconcertante illudersi.

Laddove la magia del segno di Mirò mi riempiva gli occhi di una liquida gioia; gli amanti di Chagall mi prendevano per mano per volare sui cieli d’improbabili Shtetl; la bocca spalancata di un cavallo di Picasso mi straziava le budella; lui, niente: mi lasciava in quell’enorme piazza con quella luce accecante, in una gelida solitudine.

Niente è più vero di un sogno.

Nessun sogno ci rivela la verità. (...)

Paolo Conte

Il maestro

 

(...) Ci eravamo appassionati ai De Andrè, De Gregori, Dalla, Guccini; infervorati con gli Inti Illimani, imparando a memoria i testi da cantare in corteo: “De pie cantar que vamos a triunfar…” e scandire il finale delle strofe, alzando i pugni in alto: “El pueblo – unido – jamas – serà – vencido” per tornare emozionati a casa e ascoltare in cuffia: “Scoprir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi…”. Quando, nel bel mezzo della grande trasformazione epocale, tra il settanta e l’ottanta, arriva lui: un matusa mai stato giovane, di quelli che se ne stanno in disparte anche a un loro concerto e si meravigliano che alla fine la gente li applauda. Uno, anche lui, sempre in giacca e cravatta, che pare si sia assentato un attimo dal suo studio legale e che non ti aspetteresti mai che spernacchi in un Kazoo o che emetta dei suoni strani “Zazza-ra-zaz…” alla Enzo Jannacci. Un vero outsider che passa una giornata al mare solo con mille lire, leccando un gelato al limone e la sera va al bar Mocambo il cui titolare sta fallendo. E sfiga delle sfighe, tifa Bartali.

Uno, con quella faccia un po’ così, non arriva da nessuna parte. Meglio farsene prestare una. Con quella faccia non si può tentare nemmeno di entrare in pista per ballare una milonga, perché, quello lì, Atahualpa, ti sgama e ti mette da parte, te e le tue scarpe lucidate. Lo ascolti che canta Wanda “…scandalizziamo la gente” e aspetti di passare al prossimo, magari ci sarà qualcosa d’impegnato; invece, parte su una Topolino amaranto nelle desolate lande (o langhe) alluvionate: niente generali dietro la collina, né generali di trent’anni occhi turchini e giacca uguale; solo una squallida provincia italiana sperduta in fondo a una campagna... (...)

J.D. Salinger

L'arcobaleno nella pozzanghera

(...) Avevo sentito parlare del giovane Holden Caulfield, nei primi anni sessanta, da una mia cugina venuta in visita in Italia da Brooklyn-New York. Mi disse di questo libro, con un titolo strano, che stava appassionando l’America, in particolare quelli della city. Mi disse anche che io somigliavo molto al personaggio del libro, nell’aspetto come nel modo di pensare.  

Qualche anno dopo, mi capitò di vedere nella vetrina di un libraio l’opera col titolo: “Il giovane Holden”, di J.D.Salinger. Era così che me lo aveva presentato Annette. Mi sorpresi, quando lo lessi, che il traduttore Italiano avesse avuto difficoltà a tradurre il titolo originale: “The catcher in the rye”. Davvero strano, mia cugina mi aveva sempre parlato di un giovane Holden, non di un cacciatore in un campo si segala o un bevitore di whiskey di segala e compagnia bella.

Fu davvero completa la mia identificazione con quel ragazzo che frequentava posti ben diversi dai miei, in un luogo completamente diverso e lontano. Nonostante ciò, ogni gesto, parola, pensiero sembravano i miei stessi. Lo scrissi a mia cugina, ringraziandola di avermi dato l’opportunità di verificare che le mie stranezze non fossero soltanto le mie. Che i miei arcobaleni nelle pozzanghere fossero i medesimi osservati da quel ragazzo.

Lessi e rilessi quel libro. Non parlai mai a nessuno della mia intimità con quelle pagine, nel timore di apparire stravagante anche nei pensieri, oltre al mio strano comportamento che decisi di definire: anticonformista.

Potevo stare tranquillo, data la scarsa propensione alla lettura dei miei coetanei e, tantomeno, dei maggiorenni. Nessuno avrebbe mai scoperto che il personaggio di quel romanzo fosse proprio come me. Anche se, una volta, sulla terza pagina del giornale che leggeva mio padre, apparve qualcosa. Non ebbi timore, quel quotidiano (l’Unità) lo leggeva solo lui, e saltava quella pagina.

Rimasi deluso, decenni dopo, quando, in una trasmissione televisiva, un esordiente scrittore che ambiva a diventare (dopo Aldo Busi) il più grande narratore Italiano del XX secolo, sputtanò pubblicamente gl’intimi pensieri del ragazzo; anatre di Central Park, gli arcobaleni nelle pozzanghere e il museo delle scienze  compreso.

A uno come quello, Salinger, gli avrebbe volentieri sparato una schioppettata nel deretano. (...)

Steve Jobs & Co.

L'informatica

 

(...) Bill, Steve e Mark.

Sono gli untori della pestilenza mondiale chiamata: IT (acronimo di Informazione Tuttologa) il cui contagio sta mutando l’evoluzione del genere umano. I primi segni sono una progressiva perdita del linguaggio seguita da quella degli arti e, infine, l’obnubilazione della mente. Il germe sfuggito agli scienziati del CERN di Ginevra, per un uso maldestro della posta elettronica, mentre ricercavano il fantomatico bosone di Higgs, ed entrato in possesso dei predetti malfattori, ha già contagiato miliardi di uomini.

Agli Aborigeni e agli ultrasessantenni è affidato il compito della continuità della specie.  

Bill Gates, l’iniziatore. Quello che, subdolamente, ha introdotto il PC in ogni azienda e in ogni casa fornendo all’IBM un dischetto di soli cinque pollici di sistema operativo (il veicolo virale) spacciandolo come panacea per tutti i mali dell’umanità, abusando della distratta buonafede di big blue.

Steve Jobs, pace all’anima sua, il profeta della follia del coetaneo Bill che, con la sua parabola, ha insinuato le menti dei nostri giovani figli sino a diventare un’icona sulle loro Tshirt. Sostituendosi all’obsoleto “Che”.

Mark Zukerberg, il genio malefico con alle spalle millenni di perfidia di una genia dura a morire. Colui che ha ingannato persino i due menzionati wasp. Il suo viscido scopo è riuscito finanche a traviare chi (io) ha creduto nel suo motto: “Perditempo di tutti i paesi, unitevi”. Altri (sempre io) a fargli credere di poter ritrovare quel cazzettaro del compagno di banco che continua a sparare cazzate per iscritto, per vedere di nascosto l’effetto che fa. E, infine, coloro (ancora io) che tentano di promuovere a “tutti” il proprio Ebook a soli novanta centesimi ma che si accontenterebbero di un semplice like. (...)

Edouard Manet

Suzon

 

L’enigma di Suzon e il suo doppio, un errore di prospettiva di Manet o una voluta interpretazione dell’artista?  Il quesito, se pur affascinante, non m’interessa. Amo entrambe le Suzon: quella che mi guarda smarrita e implorante e l’altra riflessa di schiena, che sembra concedersi al baffuto bell’homme.

Ho questa immagine sul muro di fronte al mio tavolo, dove abitualmente mi siedo per cenare.

«Le piace la ragazzotta, dottò?»

Si, mi piace la ragazzotta; ma soprattutto quel grande culo specchiato che sembra non essere il suo. Come faccio a spiegartelo. Tu pensa a portarmi i miei spaghetti al filetto di pomodoro e smettila di propormi ogni sera qualcosa di diverso. Non mi azzarderei a ordinare qualcosa di diverso da quello che è l’unico piatto decente servito in questa specie di bettola.

«No, forse sì. Ma è il dipinto nel suo insieme: l’atmosfera, il tocco di colore… »

Suzon è in attesa della mia ordinazione con le mani poggiate sul bancone.

«Sì, spaghetti e mezzo litro di rosso.»

Il salone è affollato, come può essere gremito un bar alle Folies Bergère a quell’ora di sera. C’è gente in piedi che cerca un posto; altri, annoiati, sono in attesa di essere serviti. Il dongiovanni col pizzetto alla D’Artagnan continua a fare il cascamorto. Lei, quella che intravedo appena perché di spalle, pare che si sia già concessa, mentre l’altra mi implora con gli occhi di sottrarla dall’adescamento. Se accettasse chi prenderebbe il suo posto? Un’altra cocotte di nome Marie, Margot, Madeleine, oppure Georgette, Gisèle, Geraldine… o qualsiasi altro nome preso a caso dall’elenco dei nomi femminili francesi. Non un’altra Suzon. Due nomi uguali confonderebbe l’avventore: a quale delle due Suzon dovrebbe chiedere i favori? Sono già perplesso di mio se addentare le natiche o limitarmi a perdermi nello sguardo svagato dell’unica Suzon ritratta. Un ambiguo e schizofrenico desiderio del quale dovrò tenere conto più tardi, in privato. Enigma che Eduard Manet sapeva bene mi sarei cimentato. Intanto, sono preso dallo sguardo libidinoso del mio vicino di tavolo, che pare abbia scelto anche lui di sedersi di fronte alla copia appesa sulla parete. Gli porgo solo un cenno di saluto, mi risponde appena con un breve movimento del capo. Stia tranquillo, professore, non proverò mai a distoglierla, la comprendo; scoccerebbe anche a me se qualcuno tentasse di conversare mentre ceno e tento di venire a capo dell’ambiguità del ritratto.

«Per secondo, la solita sogliola?»

«Sì, signor Gino, la solita sogliola.»

L’unica che ordina solo per me alla pescheria dell’angolo. Mi sembra di vederla la faccia del pescivendolo mentre si chiede chi sarà mai sto coglione che mangia una sogliola al giorno. È che non posso fare diversamente, caro signore; lei si limiti a incartare quel pesce; non sento la necessità di vedere nel piatto una spigola o un’orata di dubbia provenienza. Che mi risulti, non c’è ancora qualcuno che allevi dei pesci che nuotano nella sabbia.

«Le metto un po’ di pecorino sugli spaghetti?»  

«Sì, il pecorino, grazie.» (...)

Lucy van Pelt

Snap out of it!

(five cents, please)

 

Decido di comprare una copia di linus. Sono anni che non lo faccio.

Il giornalaio si ferma pensieroso. Restiamo entrambi immobili a guardarci negli occhi, un’interminabile sospensione.

«linus, ha detto?»

Mi rivolge lo stesso angoscioso interrogativo rivoltomi per anni da qualsiasi edicolante.

«Dovrebbe esserci l’ultima copia…»

Si precipita rapidamente verso l’esterno, apre la vetrinetta dei mensili ed estrae la rivista.

«Sì, proprio l’ultima.»

Termino l’apnea, allungo la mano come in un rallenty e, delicatamente, raccolgo il mio ex mensile vizio privato di leggere quella rivista già a firma di Oreste del Buono, OdB per gli intimi.

Il giovanotto mi fa un sorriso a labbra strette. Non comprendo se compiaciuto per avermi reso il servizio oppure derisorio verso un attempato che si ostina leggere dei fumetti di bambini. Sarei tentato di dirgli qualcosa di questi bambini ansiogeni… 

«Quattro e novanta.»

Gli allungo una banconota da dieci, gli lascerei il resto in segno di gratitudine; mi limito a salutarlo mentre continua quel sorriso tra il sornione e il beffardo.

 

Provo un senso di tranquillo appagamento nel tenere in mano il mensile il cui titolo in minuscolo, nel tempo, è diventato una metafora psicologica per via delle nota “coperta”. Per il momento, è la sua copertina che mi fa sentire più sicuro per quello che ho deciso sarà la mia ultima seduta. Manca mezz’ora all’incontro, ho il tempo di sedermi al bar a prendere un caffè.

 

La osservo con insistenza e mi chiedo come faccia a leggere tenendo gli occhiali scuri, ma, in effetti, non legge, scorre velocemente e nervosamente le pagine per dare solo un’occhiata.

«Mi sta osservando?» mi sorprende.

«No, no… è che….» esito a trovare una giustificazione alla sua domanda posta con noncuranza, mentre continua a sfogliare le pagine. Non aggiungo altro.

Provo anch’io a sfogliare linus con poca convinzione di leggere, non potrei farlo seduto all’aria aperta, non mi è mai riuscito.

«Non esiti a osservarmi se vuole, è libero di farlo» m’invita.

Resto perplesso su cosa risponderle, non trovo di meglio che dire con impaccio:

«Non è nelle mie intenzioni importunarla...».

«No, lo faccia pure» m’interrompe, «oggi è il mio giorno; vede: il mio segno è in un buona congiunzione astrale, devo lasciare che le cose accadano senza opporre alcuna resistenza» mi mostra la pagina del settimanale.

Fingo di leggere, allungando il collo. Rispondo con un mezzo sorriso:

«Magari una casualità…»

«Certo, cos’altro: una casualità; tutta la vita è un caso, le pare?»

Un argomento nel quale mi sono impantanato fin troppo, sarei tentato di dirle, invitandola a cambiare oggetto.

Incalza:

«Provi a pensare all’infinito, al cielo stellato. Le pare tutto un caso?»

L’infinito, il cielo stellato, no! Vorrei gridarle.

Non molla:

«Tutto sospeso lassù in un incredibile vuoto…»

Vorrei pregarla di smettere. Le vorrei dire che sono qui per questo motivo ogni giorno pari da due anni. Che tra venti minuti dovrò, in qualche maniera, trovare il modo di dirgli che non ho più voglia di continuare.

«La turbo?» intuisce.

«Per niente» mento.

Una smorfia beffarda delle sue labbra mi fa capire che non l’ho convinta. Ne è conferma il suo discreto mutismo.

 

Ecco, potrei parlargli di questo incontro. Riferirgli che, tutto sommato, si può convivere con delle fisime, o manie, come le definisce lui; lenirle frequentando preti, maghi, sciamani e oroscopiste. Lasciarsi persuadere dalle loro radicate certezze sull’intero scibile, senza proporre alcuna raziocinante alternativa dialettica che, tanto, avranno sempre ragione loro. E costano pure meno. (...)